di RENATO CAPRILE
Tra i giovani della rivolta "Il regime ci ruba il futuro" Scontri fra manifestanti e polizia
a Regueb, vicino Sidi Bouzid
TUNISI - "Meglio andare da un'altra parte". Il tassista sconsiglia di arrivare in centro perché, dice, potrebbero esserci degli incidenti. L'hotel Sheraton ha già chiuso i cancelli, l'Università è così vicina, meglio non farsi cogliere di sorpresa. Il giorno dopo i sanguinosi fatti di Thala e Kasserine, Tunisi si sveglia temendo il peggio. Nugoli di poliziotti in assetto antisommossa per le strade, gli annunciati cortei studenteschi fanno paura. La tensione resta alta mentre arrivano notizie di nuovi scontri a Kasserine e Bizerta, con stazioni di polizia incendiate, e ancora nelle università di Tabarka e Gafsa e Fériana. Le fiamme della rivolta toccano Souss, Sfax e ieri sono arrivate fino a Monastir, il centro vacanziero. Tanto che il governo ha deciso la chiusura di scuole e università in tutto il Paese "fino a nuovo ordine".
Nella capitale, ai tavoli dei caffè del lungo viale dedicato al padre della patria tunisina, Habib Bourguiba, ci sono centinaia di giovani, protagonisti loro malgrado di questa guerra per "lavoro e dignità" che ha già fatto troppe vittime. La maggior parte per mano della polizia, che non ha esitato a sparare ad altezza d'uomo. Quattro, invece, la morte se la sono data da soli. Suicidio. L'estrema protesta di chi non ha più speranze. Erano tutti laureati, tutti senza un'occupazione e senza nemmeno la prospettiva di trovarne una in futuro.
Youssef, Rafik, Khaled e Makrem sono quattro ragazzi di poco più
di vent'anni. I primi due sono al penultimo anno di giurisprudenza, gli ultimi due sono già laureati. Sfogliano La Presse, il quotidiano governativo in lingua francese, seduti a un tavolo del "Grand café du Theatre". Chiedere
"Noi, laureati inutilmente. Qui non c'è lavoro. Emigrare? Per fare cosa, il lavavetri ai semafori?"
loro come mai quel giornale non abbia in prima pagina una sola riga sugli scontri, sui morti del giorno prima, ma solo una fotona del presidente a corredo di un editoriale sul "civismo e la responsabilità dei cittadini di fronte alla crisi", strappa loro un sorriso amaro. "È la dimostrazione - attacca Khaled - di come vanno le cose in questo paese. Negare l'evidenza, nascondere i problemi sotto il tappeto, fingere che tutto vada bene. Protestare è un atto terroristico perché incrina la sacra immagine della Tunisia. Con gli stranieri ci dovremmo limitare a sorridere e a dire: benvenuti".
Makrem racconta di essere laureato col massimo dei voti già da due anni. Lavoro? "Manco a parlarne. E comunque niente che abbia a che fare con ciò che ho studiato. Al massimo, ma anche per questo ci vogliono conoscenze che la mia famiglia non ha, potrei trovare qualcosa come stagionale in qualche ristorante o albergo".
Prospettive? "Io non ne vedo - sbotta Rafik - sto seriamente pensando di abbandonare l'Università anche se mi mancano solo pochi esami. Guardo loro - indica gli amici laureati, ndr - e mi dico: a che serve? Emigrare? Per fare cosa, il lavavetri ai semafori, lo sguattero in una pizzeria, lo spacciatore di droga? Se devo essere trattato a calci in faccia, preferisco rimanere qui sperando in un miracolo".
Youssef che è anche il più giovane dei quattro, non arriva a vent'anni, ha l'aria di essere l'intellettuale del gruppo. "Io dico loro che bisogna continuare a combattere. Se ne ce stiamo buoni non succede niente. La gente deve capire che questo Stato, questa politica che arricchisce sempre gli stessi ci sta rubando il futuro. Qui in apparenza sembra che tutto funzioni, abbiamo Internet, abbiamo le più alte percentuali di alfabetizzazione del mondo arabo, se giri per Tunisi ti accorgi che non ha niente di diverso da tante città europee, ma la burocrazia, la corruzione, il nepotismo ci stanno uccidendo. Se non fai parte del giro giusto, sei fuori. Avremmo bisogno di una vera democrazia, una parola che qui non ha molto senso, quella che nessuno ti regala, ma che si conquista solo lottando".
Rischi di fondamentalismo islamico? "No, in Algeria forse, ma qui no. Questo è un paese laico. Come vedi - sorride Khaled - una cosa buona ce l'abbiamo anche noi. Tra i tanti rischi di questa protesta, che la polizia ci spari addosso, che qualcuno venga a perquisire le nostre case, se non addirittura ad arrestarci per aver fatto quattro chiacchiere con un giornalista occidentale, quello di una svolta integralista proprio non lo vedo".
Da qualche minuto qualcuno ci sta guardando con troppa insistenza. Ha l'aria di essere un poliziotto in borghese. I ragazzi si scambiano una rapida occhiata. Si alzano come se fossero una sola persona. Lasciano qualche spicciolo sul tavolo e salutano.
Ben Ali ha promesso per il 2012 300mila nuovi posti di lavoro e ha assicurato che farà di tutto perché chi è laureato da almeno due anni trovi al più presto una sistemazione. Può essere un bluff, la difesa d'ufficio di chi si sente in difficoltà - la chiusura "sine die" delle scuole e delle Università lo testimonia - perché ha capito che quei giovani come Youssuf e gli altri stavolta fanno sul serio.
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